Pensiero

Il cervello visto dal basso

Il premio Nobel Thomas Südhof era a Bellinzona per incontrare i ricercatori dell’Istituto di ricerca in biomedicina e la popolazione

Thomas Südhof vinse, con Randy Schekman e James Rothman, il Nobel per la medicina e la fisiologia
(Keystone)
29 aprile 2024
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Nel 2013, quando Thomas Südhof vinse, con Randy Schekman e James Rothman, il Nobel per la medicina e la fisiologia, c’è chi parlò di “premio operaio”: riprendendo la classica metafora della cellula come una fabbrica che riceve, trasporta e invia sostanze, le loro scoperte riguardavano infatti mulettisti e spedizionieri, vale a dire i meccanismi con cui le cellule rilasciano ormoni o, è il caso delle ricerche di Südhof, neurotrasmettitori. Nato a Gottinga, nella Bassa Sassonia, nel 1955 e trasferitosi negli Stati Uniti negli anni Ottanta, Südhof ha l’aria del lavoratore zelante e attento ai dettagli.

Professor Südhof, che cosa sono le neuroscienze? Di solito siamo abituati a scienze che studiano un oggetto con un approccio, ma qui abbiamo vari oggetti di studio (la mente, il cervello, i neuroni…) e vari approcci. In italiano, peraltro, si parla di “neuroscienze” al plurale, non di neuroscienza (‘neuroscience’) come in inglese.

È decisamente più preciso l’italiano. Si tratta infatti di una disciplina molto varia, nella quale ricercatori diversi usano approcci molto distanti l’uno dall’altro. E spesso non si parlano tra di loro, non si capiscono tra di loro. Si può quindi ben dire che non esista una neuroscienza, ma più neuroscienze.

Qual è il suo approccio? E lei riesce a parlare con chi fa ricerca con altri metodi?

Temo di non avere le competenze per parlare di altri tipi di neuroscienze. In generale, nelle neuroscienze ci sono due aree. La prima area è quella molecolare e cellulare, nella quale si cerca di comprendere il cervello dal basso, studiando le singole cellule e le loro connessioni. La seconda area parte invece dall’alto e fondamentalmente studia il cervello come un sistema, senza guardare cosa fanno le singole cellule ma come funziona il tutto. Si tratta di due approcci diversi e spesso il dialogo è difficile, perché si tratta di prospettive radicalmente differenti. Il mio lavoro è esclusivamente a livello molecolare, dal basso.

Il punto in cui i due approcci, quello sistemico e quello molecolare, si incontrano è quando si studia come un particolare comportamento – o la perdita di una capacità – è mediato da determinati circuiti neurali o da aree del cervello che si attivano in una certa maniera.

Ma l’approccio molecolare, dal basso, non rischia di essere limitato per studiare certi fenomeni? Non è come pensare di comprendere una partita di calcio guardando le cuciture del pallone?

Sì, i neuroscienziati “sistemici” pensano che le cellule e le molecole siano troppo complicate, che non riusciremo mai a capire il cervello cercando di capire le molecole e le cellule, che non abbiamo bisogno di capire cellule e molecole per capire il cervello. Personalmente penso che le cose non stiano così: non so se mai riusciremo a capire il cervello, certamente non ci riusciremo nel corso della mia vita, ma non credo che sia possibile capire il cervello senza capire le sue componenti. Certo, le molecole sono complicate, le cellule sono complicate ma si sa, la biologia è complicata, tutto è complicato. Se vuoi fare progressi devi accettare che le cose sono complicate.

E con i filosofi che si occupano della natura della mente e della coscienza?

Quando ero giovane, quindi purtroppo un po’ di tempo fa, ero estremamente interessato alla filosofia. Diventando vecchio, sono diventato un po’ disilluso. Penso che ci siano molte parole vuote, mentre a me piacciono le cose concrete: penso che, per avere davvero un significato, le parole debbano avere conseguenze tangibili, non solo rimandare a qualche profondo ragionamento che esiste solo in una sorta di spazio irrilevante.

Sono cose che non trovo più così interessanti. Penso che la coscienza sia una delle più affascinanti abilità umane e vorrei proprio sapere come funziona. Credo che la coscienza sia legata al linguaggio, ma non sono sicuro che in questo momento possiamo studiare il fenomeno in maniera diversa da qualche “profondo ragionamento”. Ma, ripeto, non sono più interessato a questo genere di cose.

Spesso capita il contrario: da giovani ci si concentra sulla ricerca scientifica e poi, con la maturità, ci si apre alla filosofia.

Sì, lo so: ho visto molti premi Nobel mettersi a pensare alla natura della coscienza, ma non è il mio caso. Mi piacerebbe fare progressi nella comprensione del linguaggio, lo ritengo un obiettivo più realistico. Un altro obiettivo realistico è comprendere i meccanismi della memoria che è una funzione molto importante del cervello.

L’approccio molecolare è utile per comprendere quando qualcosa nel cervello non funziona correttamente?

È l’unico modo. Non è possibile capirlo senza l’approccio molecolare. E non è possibile trattarlo senza approcci molecolari e farmaci. L’unica cosa che funziona è qualcosa che agisce sulle cellule e sulle molecole.

Come detto, il cervello è molto complicato: pensa che anche le persone comuni debbano conoscere, almeno a grandi linee, come funziona?

Sì, credo che sia molto importante che le persone siano al corrente delle scoperte e dei progressi scientifici. Tutti devono essere informati su quello che conosciamo. E, aspetto ancora più importante, tutti devono essere informati su quanto poco conosciamo di alcune cose perché spesso capita di incontrare persone che sono convinte che sappiamo un sacco di cose sul cervello. Cosa che non è vera.

Una maggiore consapevolezza potrebbe aiutare a superare certi pregiudizi verso i disturbi mentali? Penso alla depressione che talvolta non viene considerata una vera malattia.

Per quanto riguarda la depressione, ho l’impressione che almeno negli Stati Uniti ci sia una sovramedicalizzazione . Il numero di persone che prendono antidepressivi è inconcepibile. È normale, per noi esseri umani, avere dei momenti di depressione: non c’è nulla di anormale a essere tristi quando capita qualcosa di brutto e non è necessario ricorrere ogni volta a terapie.

È una delle grandi sfide, capire quando la depressione è normale e quando invece la depressione è una malattia, una malattia grave che comporta grandi sofferenze.

Secondo lei potremmo trovare una risposta a questa domanda a livello molecolare?

No, è una domanda psichiatrica: non sappiamo perché le persone entrano in depressione in maniera grave e cronica. La principale differenza tra una depressione patologica e una normale fase della vita è la durata della pressione. Se la depressione dura mesi e mesi non è una situazione fisiologica, ma qualcosa che uno psichiatra deve curare. Ma detto questo, sono convinto che si faccia un eccessivo ricorso agli antidepressivi.

C’è un problema di qualità della ricerca scientifica? Importanti ricerche, se si effettuano nuovamente gli esperimenti, si rivelano deboli o infondate e, soprattutto in alcune discipline, si parla di ‘crisi della replicazione’.

È un tema che mi interessa molto. C’è stato un grande cambiamento, nella scienza: la disponibilità di strumenti computazionali sempre più potenti, la possibilità di conservare e rendere disponibili online grandi quantità di dati, soluzioni di analisi basate sull’intelligenza artificiale sono una grande opportunità per rendere la scienza trasparente.

Si parla di crisi della replicazione, ma il problema secondo me non è la replicazione, cioè la ripetizione degli esperimenti, ma la riproduzione, cioè l’analisi e l’interpretazione dei risultati. Abbiamo un problema con le conclusioni degli studi, non con i dati che nella maggior parte dei casi non sono sbagliati.

Quello dai dati alle conclusioni è il passaggio più importante e adesso è molto più facile di un tempo per dei ricercatori indipendenti analizzare i dati di un esperimento per vedere se effettivamente supportano quanto gli autori originali hanno concluso.

Questi cambiamenti potrebbero portare a un superamento della ‘peer review’, il sistema di revisioni tra pari che precede la pubblicazione delle ricerche?

Sì, sono convinto che il sistema dell’editoria scientifica debba cambiare e ho anche alcune idee su come dovrebbe cambiare. Sto cercando di pubblicare queste idee, ma non ci sono ancora riuscito.

La situazione attuale è insostenibile: ci sono troppe riviste scientifiche, troppi articoli pubblicati e la peer review non funziona come dovrebbe. O meglio: funziona bene per le riviste importanti, ed è il motivo per cui queste riviste sono importanti, ma non funziona affatto per le riviste predatorie che pubblicano qualsiasi cosa.

Questo è un problema per la fiducia nella scienza?

Sì, è un problema. E lo vediamo nel fatto che la fiducia nella scienza è sensibilmente calata.

Cosa dovrebbe fare un ricercatore quando si accorge di aver sbagliato?

Cosa dovrebbe fare? Accettare di aver commesso un errore e ammetterlo: siamo esseri umani, facciamo errori e quando li facciamo dovremmo ammetterlo e correggerli. A volte capita di commettere errori insignificanti, e allora correggerli è una inutile perdita di tempo, ma gli errori importanti, quelli che hanno un impatto sui risultati della ricerca, vanno assolutamente corretti.

L’evento

Una serata per la salute cerebrale

Thomas Südhof è stato l’ospite d’onore di una serata organizzata, venerdì scorso, dalla Fondazione Sir John Eccles al Teatro Sociale di Bellinzona. L’incontro, come da missione della Fondazione, ha messo in dialogo saperi scientifici e umanistici sul tema della salute cerebrale: dopo l’intervento di Südhof ha preso la parola il filosofo Fabio Minazzi, seguito da uno spettacolo di “neuro stand up” con il comico Paolo Rossi. La serata si è conclusa con la presentazione del Piano nazionale per la salute cerebrale, al quale ha contribuito anche Südhof, da parte del professor Claudio Bassetti, presidente della Fondazione Eccles; è stata invece rinviata la consegna del Premio per le neurohumanities.

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